Oltre l’epoca della frenesia: reinventare la quotidianità del supermercato

È una giornata qualunque di febbraio e tu non fai altro che maledire il freddo. A poco servono i cinque strati che ti sei infilato addosso: ti punge l’unico ritaglio di pelle che hai lasciato scoperto.

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È una giornata qualunque di febbraio e tu non fai altro che maledire il freddo. A poco servono i cinque strati che ti sei infilato addosso: ti punge l’unico ritaglio di pelle che hai lasciato scoperto per riuscire a vedere dove si posino i tuoi passi. È buio, anche se sono solo le cinque del pomeriggio, e della luce del sole hai forse goduto giusto una mezzoretta. Meglio di nulla. Gli impegni sono quasi terminati – quasi, perché manca quello con cui si ha appuntamento quotidiano e a cui, però, non si fa mai del tutto l’abitudine: che cosa mangiare? Scorri sveltamente la miriade di ricette che hai salvato sul telefono, e in un lampo sei a gironzolare tra le agitate corsie del supermercato. A qualche passo da te c’è un uomo di mezza età, ha l’aria stanca e tamburella un piede nervoso di fronte al reparto caramelle: forse ha un figlio piccolo ad attenderlo a casa e non riesce a ricordare quali siano le sue preferite, o magari il ghiotto di zuccheri è proprio lui. Di fronte a te, ma ci sono due scaffali a dividervi e tu non la vedi, c’è una ragazza con un berretto di lana a scacchi e gli occhi meditabondi posati sulle etichette del latte di mandorla. Uno è bio, l’altro no. Sceglierà quello bio? Chissà, e nel frattempo tu, con il tuo filone di pane sottobraccio, la affianchi per prendere al volo una confezione di uova. E poi via di corsa alle casse automatiche! Miracolosamente non c’è fila. Ti precipiti fuori: in meno di cinque minuti hai portato a termine il tuo compito.

Era il 1916 quando qualcuno come te si interrogava su che prodotti infilare nel carrello e, per la prima volta, lo faceva in autonomia: negli Stati Uniti, a Memphis, nasceva il Piggly Wiggly, il primo supermercato. Fino a quel momento era stato un impiegato a muoversi tra gli scaffali, prendendo ciò che i clienti gli indicavano da dietro un bancone; adesso il consumatore poteva fare a meno di questa piccola interazione e maneggiare senza mediazioni le merci: era l’inizio dell’epoca del self-service. L’Italia, ancora segnata da resistenze culturali alla modernizzazione, aprì le porte a questo cambio di realtà soltanto nel 1957, quando a Milano venne inaugurato il Supermarket italiani.

Ciò che qualche decennio fa rappresentava un’assoluta novità, oggi, nel 2026, è parte della nostra prassi quotidiana. Il supermercato è diventato teatro del nostro vivere collettivo, in cui si aggirano ogni giorno sciami di persone. L’antropologo Marc Augé lo ha fatto oggetto delle sue indagini, definendolo nel 1992 un “non-luogo”, vale a dire uno spazio che, contrariamente ai luoghi antropologici – le scuole, le biblioteche, i teatri – si caratterizza per essere non identitario, relazionale e storico. Secondo questa lettura, insomma, al supermercato si transita, ma non si abita. È il regno della rapidità, della provvisorietà, dell’individualismo solitario: tutti elementi cardine del nostro tempo, la surmodernità – per citare di nuovo lo studioso francese. Al supermercato entri, corri, non ti soffermi, sgambetti veloce, e passi di fianco a una ragazza dal berretto a scacchi non accorgendoti nemmeno di averla urtata con il tuo filone di pane sottobraccio (probabilmente non se n’è accorta nemmeno lei).

Ma se è questo l’oggi con cui dobbiamo fare i conti, nel quale non basta (purtroppo!) nutrire talvolta nostalgia per le storiche botteghe che tempo addietro costellavano i centri delle nostre città, possiamo interrogarci sulla possibilità di abitarlo in modo nuovo.

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Un tentativo l’ha fatto Annie Ernaux, vincitrice del Premio Nobel per la letteratura 2022, con il suo Guarda le luci, amore mio. Il libro, dalla struttura diaristica, è il risultato di un anno di visite dell’autrice all’ipermercato Auchan di Cergy: la Ernaux annota con scrupolo ogni particolare, ci racconta del bisticcio tra nonna e nipote per l’acquisto di una scimmietta di peluche, descrive un cliente nell’atto di rubare qualche acino d’uva al reparto ortofrutta, ci ricorda come ognuno di noi – volente o nolente – riveli la propria vita sul nastro scorrevole. Lei – che nella prefazione al testo, in dialogo critico con l’intellettuale conterraneo, affianca al termine “non-luoghi” l’aggettivo “presunti” – decide di fare e di scrivere la propria personalissima esperienza del supermercato, trasformando uno spazio normalmente anonimo, vuoto di connessioni, in un luogo di «grande incontro collettivo», uno «spettacolo», dove il fare la spesa «suscit[a] pensieri, fiss[a] in ricordi sentimenti ed emozioni». E tutto solamente apportando poche modifiche al consueto e distratto atteggiamento con cui percorriamo le corsie: osservando un poco di più, rivolgendo una domanda di curiosità a qualche commesso, decidendo di non servirsi del sistema di self-scanning per preservare un «grazie, arrivederci» alle casse tradizionali. E c’è di più. Il supermercato addirittura diventa per l’autrice – che così riscrive definitivamente il concetto di non-luogo – il posto dove recarsi quando nelle sue giornate si insinua la solitudine. Il brusio tra i reparti – che paragona a quello del mare che ci induce al sonno sulla sabbia – è capace di mutare il suo sentire in uno stato di morbida calma.

C’è un dettaglio nel libro che stimola ulteriormente la riflessione: durante una delle visite della Ernaux all’Auchan, «una signora di piccola statura che osserva le scatolette di acciughe si gira verso di [lei], ride: “Le sardine piccanti non fanno proprio per me!”». Una battuta veloce, un guizzo di allegria; forse anche il segnale di una certa urgenza contemporanea di reagire all’indifferenza con cui quotidianamente incrociamo tanti volti sconosciuti. E di tornare a fare posto al nostro naturale desiderio di relazione. Le righe di Guarda le luci, amore mio, così, non solo ci restituiscono quella sensazione di figure invisibili tra gli scaffali, ma ne fanno emergere i contorni, invitandoci all’azione. Perché riconsiderare lo spazio del supermercato, ri-abitarlo, è possibile; anche solo concedendoci – quando la fretta non ci spintona, lasciando libero il presente – uno sguardo rinnovato, più vigile e attento. E chissà, quando una chiacchiera di fronte a una schiera variopinta di barattoli non sarà più motivo di timore, magari ti affiancherai alla ragazza dal berretto a scacchi non solo per acchiappare le uova, ma anche per trattenerti un momento, e poi dirle «se posso permettermi, niente contro il biologico, ma quell’altro è più buono».

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