Come rompere la magia del Natale con l'antropologia

Grinch

“It's Beginning to Look a Lot Like Christmas” cantarono per la prima volta Perry Como e le sorelle Fontane nel 1951. Brano ormai di fama internazionale e riproposto da innumerevoli artisti che ogni anno, con quelle semplici parole, ci ricordano che il Natale sta arrivando. Che sia una gioiosa promessa o un terribile presagio una sola cosa è certa: il Natale è inevitabile come l’inverno del Trono di Spade.

Del resto la “magia” che questa festività crea è visibile concretamente anche da luci e decorazioni sparse per tutte le città del Bel Paese, pubblicità con famiglie sorridenti in casette innevate che scartano regali e panettoni e pandori nei supermercati già da metà novembre. Consacrando di fatto il Natale come la ricorrenza più diffusa e partecipata in Italia. Questa festa così coinvolgente termina inoltre con un grande rituale che prevede “il cenone di Natale” il 24 dicembre (di magro, mi raccomando!), “il pranzo di Natale” il 25, o entrambi per le persone più temerarie. Enormi banchetti in cui i familiari si scambiano doni in segno di amore e di affetto e con valore più o meno religioso.

Cosa mai potrebbe andare storto?

Nonostante questa festività parta con i migliori propositi, cercando di promuovere gioia e senso di unione, non è un mistero che molte persone oggi soffrono di Christmas Blues, ovvero di tristezza natalizia. La sovrastimolazione e pressione che il Natale esercita sulle persone per renderle gioiose, grate e festive rischia di generare l’effetto contrario. Non è un caso infatti che personaggi come il Grinch dell’omonimo film o Ebenezer Scrooge de "Il Canto di Natale” siano figure così amate.

Siccome si parla di tristezza o, a volte, addirittura di depressione natalizia ci immaginiamo che la soluzione si debba trovare esclusivamente nella psicologia. Sicuramente è la strada più giusta per la cura della propria salute mentale, ma se volessimo invece prevenire il Christmas Blues, dato che il Natale è inevitabile?

Questa festività genera una vera e propria pressione sociale perché prevede un rito estremamente strutturato che non è sempre sostenibile ed è qui che entra in gioco l’antropologia. Cosa può aiutarci meglio nella decostruzione di un rito se non la disciplina che li studia?

La prima cosa che dobbiamo fare, anche per onestà intellettuale, è ammettere che il Natale, come tutte le altre festività o tradizione sono completamente inventate. Questo significa che la “magia” tanto decantata di questa ricorrenza è completamente artificiale, un po’ brutale come affermazione, ma estremamente salvifica, perché a questo punto sentire o meno l’incanto di questa festa non ci rende persone più “giuste” o più “sbagliate”, perché non stiamo parlando di valori prescritti.

Non è affatto vero che tutte le famiglie hanno piacere nello stare insieme. Ci sono genitori divorziati, parenti omofobi, transfobici o razzisti che non rispettano l’identità di altri familiari. A volte non si condividono i valori o anche solo il tipo di umorismo. Perché una cena di Natale dovrebbe essere un momento magico se poi dobbiamo sentirci dire “come mai non hai ancora figli? Hai già più di 30anni!”? Oppure, altra considerazione tremendamente tabù nella nostra società: come dovremmo sentirci durante una festività che ci dice di stare in famiglia, quando la nostra famiglia non c’è più?

Non soltanto le persone che il rito impone possono rappresentare una fonte di disagio, ma anche il modo in cui il rito è strutturato. Un aspetto di cui si parla ancora molto poco è quanto grandi pranzi o cene possano essere una fonte di stress, o generare momenti di difficoltà a persone che stanno affrontando un disturbo alimentare. Difficilmente riusciamo a cogliere quanto il cibo possa avere un valore estremamente soggettivo per l’individuo e quanto quindi esso possa generare tante emozioni differenti. Positive, ma anche negative.

Appare quindi evidente che se le promesse portate dalla magia del Natale non possono essere mantenute, è più che normale che le persone si sentano a disagio o ancora più tristi. Ma quindi che fare? Boicottare questa festività può essere solo un palliativo, un rimedio blando che ci può aiutare ad attutire il colpo. Dato che il Natale è inevitabile allora potrebbe essere più efficace ripensare il rito. Riappropriarsene. Dopo tutto, tutte le tradizioni sono inventate, quindi perché non re-inventarle?

Così facendo ci tocca rispondere però a domande semplicissime a cui difficilmente però rispondiamo con criterio: con chi vogliamo festeggiare il Natale? Chi è che ci vuole davvero bene? A chi ho piacere di fare un regalo? E’ davvero il regalo la cosa più importante o può essere altro? Il rito deve essere proprio la condivisione di un pasto? E se fosse un’attività completamente diversa?

Uno dei motivi per cui per cui si parla tanto del Christmas Blues è perché gran parte dello stress e dell’ansia sono generati dall’enorme quantità di energie, tempo e anche risorse economiche che le persone devono investire per allestire il tutto. Ma se questi sforzi fossero incanalati per fare qualcosa che ci piace davvero?

Certo, cambiare un rituale non è affatto facile. Ma c’è una cosa che l’antropologia fa benissimo, dopo aver distrutto tutta la magia, ti da la possibilità di crearne dell’altra un po’ più autentica.

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