Il consumismo non invecchia, le origini.

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Prima si fotografa, poi si mangia, lo facciamo tutti. Gusto e olfatto sono passati in secondo piano, per lasciar spazio al consumo che passa attraverso sguardo (e udito): mukbang e ASMR, solo per citare due fenomeni gastro popolari. L’immagine del gusto riempie la vista prima della pancia, un accesso veloce alle voglie più recondite. La mente incamera abbondanza. Siamo assuefatti, stanchi, vessati dalla pornografia alimentare ma non ne abbiamo mai abbastanza veramente: distrazioni semplici. Dal guardare al comprare passa il tempo di un click, oppure si può riempire un carrello (in ferro e plastica), e si fa presto a colmarlo di cibo: la magia del supermercato sotto casa. La grande distribuzione negli ultimi 30 anni ha variato i volumi dei carrelli del 100%: sono sempre più grandi e sempre più pieni. Ma il processo che ci ha portato alla beata, democratica e pervasiva abbondanza “fatta in serie” è un po’ più complesso e vischioso di quello che sembra.

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In ogni periodo storico la quantità di cibo che si è potuto comprare e consumare è sempre dipeso dallo status sociale; la classe ricca aveva accesso a primizie, cibi esotici, spezie e cibi di largo consumo, mentre i meno abbienti si accontentavano di ciò che la stagione offriva, in quantità variabili e non sempre sufficienti. Da qui anche il bisogno (che aguzza l’ingegno) di prepararsi conserve e di stivare tutto in modo ordinato nelle dispense e nelle cantine: quasi dei piccoli market ante litteram.

Fino al 1700 lo zucchero, prodotto emblema della modernità, è considerato una spezia, appannaggio delle “cucine colte”, usato per insaporire anche la carne, considerato uno status symbol, proprio per sua origine lontana, coloniale. E’ nel momento in cui aumentano le piantagioni di canna, nel numero e nelle dimensioni, soprattutto in Brasile, che lo zucchero perde il suo potere rappresentativo e comincia a sparire dalle mense dei ricchi. Da questo momento diventa un ingrediente vero e proprio, atto a trasformare il cibo, a crearne di nuovo. Tutti lo vogliono, e finalmente lo possono avere. Ancora meglio se abbinato ad altri prodotti coloniali, come tè, caffè e cioccolata.

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All’inizio i workers inglesi possono permettersi solo la melassa, un sottoprodotto dello zucchero da canna, ma si arriva velocemente alla modernità: lo zucchero estratto da barbabietole europee e la zolletta di zucchero. I lavoratori londinesi, stanchi e infreddoliti, possono finalmente godersi un tè corroborante ed eccitante, emulando quello che i ceti medio-alti facevano da tempo; ciò che prima era considerato un vezzo, diventava cibo, facile da reperire e pochi anni dopo anche da porzionare. Nel 1872 Henry Tate (sì quello della Tate Gallery) acquistava un brevetto dalla Germania per fabbricare zollette di zucchero in serie. L’industrializzazione è il motore dell’abbondanza e il consumismo nasce in quel preciso momento. Insieme a questi in un battito di ciglia si arriva alla livellazione dei consumi, e poi dei gusti.

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Negli anni ’30 del secolo scorso insieme ai centri commerciali negli USA, inizia il processo di Macdonaldizzazione, e tutto cambia, ed è definitivo. Grandi quantità di cibo convogliate in un unico luogo, pulito, sicuro e ordinato. L’industria alimentare finalmente riesce a produrre cibo fast, cheap and good, per tutti o quasi; I Fast Food e i Drive in accompagnano e velocizzano l’ascesa della cultura dell’abbondanza: da cibo come nutrizione a cibo come divertimento, a buon mercato. Il più grande cambio di paradigma dell’alimentazione mondiale. La General Electric nel mentre aveva già creato quei simpatici frigoriferi side by side, con doppia anta, doppio spazio ed una nuova ed eccitante capacità di conservare i cibi più a lungo. Comprare tanto, senza timore e senza sprechi (apparentemente). Velocità, quantità, consumo: riempire la pancia e riempire il carrello, entrambi vuoti da colmare. Sono passati parecchi decenni dall’invenzione del Kitchen Aid e degli altri elettrodomestici estetici, abbiamo riempito le case di tools che ci aiutino a risparmiare energia, tempo, e risorse mentali e fisiche. Continuiamo però a consumare indisturbati o quasi, mossi sempre dal pensiero che “melius abundare quam deficere”, con le teste chine sulla brochure delle offerte, per assicurarci più cibo possibile, nel minor tempo possibile.

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Che il ricordo di secoli di cibo scarso e difficile da reperire ci abbiano segnato per sempre? Può essere. D’altronde già i romani avevano tentato di creare le prime vasche per piscicultura ai Campi Flegrei, per rendere il loro cibo più semplice da reperire, abbondante e a buon mercato. Allora chi siamo mai noi per voler cambiare tutto questo? L’industria alimentare plasma irrimediabilmente le nostre scelte di oggi e rinunciare all’abbondanza è quasi come smettere di credere nella propria religione, o quasi.

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