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Culture

Cattive maniere

Cause e rimedi

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L’Etichetta non è un’opinione. L’etimologia rimanda in prima battuta al 1387, quando il cerimoniale della corte di Francia (l“etiquette” appunto) prevedeva tutt’una serie di preamboli e regole e, in seconda battuta, a quell’insieme di pratiche e costumi osservati presso la corte spagnola (etiqueta). Oggi quando parliamo di “etichetta” ci limitiamo a considerare le norme consuetudinarie di comportamento in società, dove la differenziazione per ceto è sostituita da quella per garbo. Passi che la fretta e la quotidianità abbiano cancellato le buone maniere, e passi anche che l’accelerazione delle azioni, la fragilità dei contenuti, la transitorietà delle tendenze abbiano asfaltato il comportamento urbano, trasformandolo in roba del Paleozoico, che se solo provi a chiedere di versarti l’acqua (o il vino) a certi uomini che ti siedono di fronte, ti guardano come se fossi impazzita. Pure se lo fai con grazia, tipo “Carlo, ti spiacerebbe farmi da coppiere …”, ben che ti vada Carlo ti domanda, leggermente schifato, se sei fra “quelle” che hanno preteso la parità fra sessi. Lasciamo stare che nella mia famiglia d’origine se una signora osava tendere la mano verso la bottiglia per versarsi autonomamente l’acqua (o il vino), mio padre gridava al sacrilegio. E dimentichiamo se, sempre a causa – o per merito?- di mio padre, all’epoca sono rimasta seduta in auto per lunghi, indimenticati minuti, nella (vana) attesa che il mio accompagnatore, sceso dall’automobile, venisse ad aprirmi lo sportello per farmi scendere.

E tralasciamo anche che, a oggi, gli uomini che si alzano da tavola quando si alza una signora si contano sulle dita di una mano.

Ma, delle buone maniere, quelle vere, cosa resta?

Evitiamo di perderci nei meandri del Bontòn, dove molte prescrizioni girano attorno a dinamiche difficilmente codificabili, oltrepassano i protocolli, abbracciano le soggettive sensibilità, e proviamo a individuare alcuni comportamenti fondamentali da inchiodare nella memoria. Il bontòn non si vede al buio, ma non è nell’oscurità che possiamo distinguerci dai nostri simili, alcuni invero un po’ somari.

E poi, quanto tempo trascorriamo al buio?

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