Genesis: tèra, fó, àga, ària

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Cercare di metabolizzare quanto successo a Cortina d’Ampezzo durante questa tre giorni di Genesis, progetto pilota di Ludovica Rubbini e Riccardo Gaspari del ristorante San Brite, richiede tempo. Tocca far decantare per un paio di giorni per poter assimilare al meglio le emozioni vissute in alta quota. Perché non si è trattato dell’evento in sé - tutti i nomi sulla carta lasciavano ben presagire - ma di un vero e proprio simposio d’amore nei confronti della terra.

Un incontro sui generis per affrontare la tematica più che mai attuale della sostenibilità, quel processo sinergico che guarda al futuro dell’uomo, e che ci vede tutti coinvolti, nessuno escluso. Ci stiamo indirizzando troppo lentamente verso una scelta etica che ci permetta di poter essere il più sostenibili possibile e possiamo e dobbiamo fare molto di più. Realtà come Genesis ci permettono di ragionare e capire che un futuro a minor impatto ambientale è tutt’altro che impensabile. Serve creare consapevolezza.

Quando sono partito non avevo grosse aspettative. Pensavo potesse essere nelle mie corde perchè ho un grandissimo attaccamento alla natura, per me rappresentava una buona occasione di trascorrere del tempo nella natura insieme a persone che conoscevo. Ma la prima sensazione di fronte al gruppo non è stata meravigliosa, si è creata una distinzione molto marcata tra chi è più legato alla propria etichetta e fa fatica a venir fuori autenticamente, e chi era più ben disposto a farsi trascinare dalla passione. 

Così è successo anche con il cellulare. Non per tutti è stato facile rinunciarci. La prima sera mi sono trovato a tavola e di fronte ai piatti preparati a quattro mani da Mikael Svensson del Kontrast di Oslo e Valerio Serino del ristorante Tèrra di Copenhagen e, sopraffatto dalla bellezza, sentivo l’impulso di scattare una foto. Ma in breve tempo, travolto dall’ebbrezza di un menu incredibile dal sapore nordico, me ne sono dimenticato.  

Digerendo e riflettendo realizzi che troppe cose sono superflue e che molto spesso il contesto in cui ci troviamo a vivere e lavorare quotidianamente non è sempre il posto che fa per te. Dopo questo periodo di pandemia in tanti hanno realizzato che non è necessario risiedere in posti estremamente costosi e a volte ostili. Ci fa bene al cuore fare ritorno a vivere la vita di comunità.

Il mattino seguente ci siamo concessi prima un po’ di yoga e successivamente ci siamo divisi in due gruppi per i rispettivi workshop: acqua e latte. Il primo prevedeva un’escursione in bici alla ricerca di una sorgente naturale; il secondo una visita al laboratorio del casaro Matteo Bonaiti Pedroni, esattamente dietro il ristorante San Brite.

Poi via di corsa all’agriturismo El Brite de Larieto, sempre gestito dalla famiglia Gaspari, per un altro menù a quattro mani. Questa volta è toccato alla resident chef Ilaria Piccolini insieme ad Alessandro Gilmozzi del ristorante El Molin.

Anche qui sono cambiati gli ingredienti ma il risultato si è confermato!

Abbiamo poi partecipato a un piccolo workshop con Ben Branson di Seedlip, un progetto che si rivolge ad un pubblico che non consuma alcolici, un prodotto a base acqua realizzato attraverso la distillazione di erbe e spezie. 

La sera è stata la volta del patron, lo chef Riccardo Gaspari in cucina con Ludovica Rubbini in sala. Siamo stati al San Brite, un luogo dall’atmosfera a dir poco elettrica. Mi è rimasto impresso un piatto in particolare: Herbarium. La scelta di proporre bacche ed erbe spontanee come piatto iniziale è per me un bellissimo biglietto da visita, che dimostra il rapporto di reciproco rispetto tra lo chef e i suoi piatti e la montagna.

Proprio da Ricky ho imparato una cosa bellissima: racchiudere gli aromi nella foglia di porro invece di usare una garza. 

Domenica abbiamo iniziato la mattinata con Valeria Margherita Mosca che ci ha parlato di foraging conservativo applicato alle piante invasive, e di come sia importante per la tutela delle biodiversità puntare su di esse.

Pranzo al sacco con Chita Perazzi, Sara Nicolosi e Cinzia De Lauri del ristorante Altatto, che ci hanno consegnano una gavetta con tutto il necessario per rifocillarci, compreso il dolce. Squisito!

Dopo pranzo è continuata la nostra salita. Ormai prossimi a raggiungere i piedi del monte Cristallo, ci siamo imbattuti in Lichenia, una capra alta tre metri fatta di ferro e abete, realizzata da Stefano Ogliari Badessi (S.O.B). La capra, che per lui rappresenta la semplicità e l'indipendenza, è un progetto che lo ha portato a vivere ad entrare in simbiosi per un mese con il bosco.

Una volta raggiunti i 1800 metri, ad aspettarci c’erano Franco Aliberti, Davide Di Fabio e Riccardo Gaspari che avevano allestito sotto una tenda di fortuna una tavolata dove condividere l’ultima cena tutti insieme. Tutto intorno c’erano le tende che ci avrebbero ospitato per la notte.

Quel momento, complice l’aver trascorso tutti i giorni assieme, è stato molto intenso e forte. Ormai le maschere erano calate, gli abiti di rappresentanza dismessi e ci è bastato poco per riunirci tutti attorno al fuoco, cucinare, mangiare, ridere. Autenticamente, partecipare.

L’aria buona di questi luoghi aveva un sapore quasi magico, specie per noi che veniamo dalla città. Sembrava di rivivere nel romanzo di Henry David Thoreau, “Walden” ovvero vita nei boschi, dove senza costrizione alcuna si abbraccia la natura e per certi aspetti si diventa parte di essa. A pensarci bene, nel nostro contesto di città quante volte perdiamo il contatto con noi stessi e non riusciamo realmente a godere delle piccole cose? Quante volte le persone ti servono solo se gravitano attorno alla tua cerchia di interessi e non per il loro valore intrinseco?

La mattina seguente, dopo aver passato la notte in tenda, i ragazzi di Loste Cafè ci hanno portato la colazione. Non volevo tornare a casa perché all’interno di quella bolla, pur nella consapevolezza che fosse una bolla, avevo trovato un luogo protetto dove recuperare il senso delle relazioni umane. Non volevo tornare al gusto amarognolo del nostro loop quotidiano. 

Genesis ci ha dato l’occasione di liberarci dai nostri preconcetti, di incrinare le nostre certezze e ci ha riportato a un contesto ben più terreno, alla vita di comunità. Solo attraverso la comunione di intenti la consapevolezza e il cambiamento sono reali.

Ci sarete al prossimo?

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